I film sul pugilato si prestano meglio di altri a essere descritti attraverso metafore dato che questo sport è di per se già una metafora sulla vita, sulla morte e su tutta la fatica e il dolore che sta in mezzo. E spesso quando le metafore sono troppo esplicite succede che il film risulti prevedibile e fiacco. Io Cinderella Man non l’ho ancora visto ma dato l’argomento e il regista posso supporre che si tratti di un pastone moralista sul self-made-man e la grandezza di una nazione che concede sempre una seconda chance. Correggetemi se sbaglio.
Nel film di Eastwood ci sono buona parte dei luoghi comuni di questo sottogenere, il vecchio allenatore, il giovane con un sogno, rimpianti, il rapporto genitore-figlio tra i due e così via ma il Monco con il passare degli anni ha acquisito una capacità unica di narrare storie … perfette.
Ecco, perfetto è il termine che meglio sintetizza il valore di questo film. Perfetto nella regia,nella fotografia, nella recitazione ma soprattutto nella narrazione. Calandomi nell’abusata metafora pugilistica Eastwood lavora ai fianchi dello spettatore per buona parte del film. Ci presenta con calma e coerenza i protagonisti, li fa conoscere e ce li fa conoscere, lesinando i dialoghi e rifuggendo dalla verbosità retorica tipica del dramma Hollywoodiano moderno. Sopperisce ai silenzi del protagonista con un elegante e affettuoso voice over di Scrap/Freeman e suggerisce allo spettatore il resto, sempre con molta discrezione. Approfittando della sua attenzione e intelligenza. E quando lo spettatore si è affezionato e abituato a questi due bellissimi personaggi ecco che Eastwood sferra un uno-due mortale. Un colpo deciso e fatale. Bum.
Vedere il vecchio Frankie spezzato dal dolore sussurrare ad una ormai muta Maggie cosa vuol mo cuish… ecco, quello ti atterra, spezza il fiato e ti da la misura di quanto sia stato dannatamente bravo Eastwood a raccontare questa storia. Con un altro regista infatti questo sarebbe probabilmente il momento patetico con archi, lacrime e dissolvenza in bianco e forse tutto il film sarebbe stato una versione al femminile di Rocky V.
Eastwood non ha bisogno di elementi extradiegetici o trucchi,ci ha già portati dalla sua parte, ci ha già convinto. Gli basta mettere sulla bocca del vecchio allenatore poche parole spezzate, gli basta concederci una piccola finestra sull’abisso di tristezza e dolore di Frankie che noi ci perdiamo perché riusciamo davvero a vedere quel dolore. Lo conosciamo.
Un cinema classico, invisibile. Splendido.
